La mindfulness non è medicina alternativa: seppur ci siano ancora degli scettici, la meditazione è un presidio sanitario raccomandato da linee guida ufficiali di enti governativi.

Si è infatti appurato che dia un riscontro notevole nel trattamento della depressione, e io stessa l’ho constato e sperimentato sui miei pazienti.

Il trattamento della depressione non è un’esperienza di semplice gestione, e spesso è davvero complesso trovare qualcosa che si riveli efficace nell’alleviare i disturbi di questa malattia.

Una persona può ammalarsi di depressione per mille motivi diversi, eppure facendo attenzione ai sintomi è possibile intervenire efficacemente e aiutare la persona a superare questa sofferenza.

Chi soffre di depressione tende a disconnettersi dal proprio corpo, così da percepire meno la sofferenza. Di contro la mindfulness richiede un progressivo riavvicinamento con il proprio corpo e anche con la parte più intima di se stessi. Si attraversa così il dolore, si impara a conoscerlo e anche a ridargli un peso.

Quando si inizia il trattamento della depressione, attraversare il dolore e la sofferenza è indispensabile: si deve analizzare il dolore che ha originato la depressione, per comprenderlo e classificarlo, ma si deve anche analizzare la sofferenza per accompagnare il paziente nella sua elaborazione.

 

Curare la depressione imparando ad essere indulgenti verso se stessi

Se mi seguite sapete che vi ho anche parlato di quanto sia deleteria la tendenza a rimuginare, ovvero a ripetere di continuo gli stessi ragionamenti auto-colpevolizzanti o auto-denigratori: questo atteggiamento è ciò che porta alla depressione e/o alle ricadute.

Chi si ammala di depressione non riesce a prendere le distanze dai pensieri disfunzionali e da quella tendenza mentale di interpretare in modo negativo le proprie esperienze. Si finisce quindi con l’identificarsi con i propri pensieri  negativi, interpretandoli come realtà.

Il protocollo Mindfulness Based Cognitive Therapy si occupa allora del processo del pensiero, più ancora che del contenuto dei pensieri stessi.

L’obbiettivo è quello di dare un peso a quei pensieri, riconoscerli per quello che sono entrando in relazione con il proprio Io. Quindi viene meno la tendenza di molti psicoterapeuti di voler trasformare i pensieri deleteri: piuttosto lo psicologo che si approccia alla depressione attraverso la mindfulness vuole far comprendere al paziente che i pensieri sono solo pensieri e non realtà, e che quindi si deve agire senza lasciarsi condizionare.

Con la mindfulness, si acquisisce la capacità di interrompere i pensieri auto distruttivi, riportando l’attenzione sul presente, senza distorsioni date dalla mente.

Per raggiungere questa capacità si parte dalla consapevolezza di se stessi che la mindfulness è in grado di donare: ci si sente centrati, ci si accetta e si impara a volersi bene e a trattarsi con empatia, gentilezza, compassione, comprensione e indulgenza.

Sebbene per decenni il concetto di amore sia stato guardato dalla psicoterapia con sospetto , oggi si sa che per “fare la pace” con se stessi occorra amarsi, prendersi cura di sé, riscoprirsi, non giudicarsi. E come si può raggiungere questo stato se non entrando in profonda connessione con se stessi?

Quando sei lì, solo con te stesso, non puoi che osservare il fluire dei tuoi pensieri e delle tue sensazioni, per poi aggiustare il tiro e riportare la mente al presente, con pazienza e amore. Così si scopre la bellezza del non rimuginare e dell’impermeabilizzazione della mente ai fenomeni mentali deleteri.

Prevenire le ricadute

Curare la depressione significa anche prevenire le ricadute, e se prima si tendeva ad intervenire solo con i farmaci antidepressivi oggi si tentano anche approcci non invasivi. La grande sorpresa è stata scoprire che spesso queste tecniche si rivelano paradossalmente più efficaci.

Ebbene,  bastano otto settimane di mindfulness per ridurre il rischio di ricaduta, che va dal 50% fino all’80% nelle forme altamente recidivanti.

Lo conferma una ricerca pubblicata su “The Lancet” che ha coinvolto 424 soggetti con diagnosi di depressione. Metà dei soggetti seguivano la terapia cognitiva di gruppo basata sulla mindfulness, della durata di 8 settimane, l’altra metà invece seguiva una terapia a base di antidepressivi. I risultati indicavano che, durante un periodo di osservazione di due anni, il gruppo trattato con la mindfulness e il gruppo trattato con gli psicofarmaci mostravano un tasso di ricadute rispettivamente del 44% e del 47%.

La mindfulness è quindi una valida alternativa alla cura farmacologica: guida il paziente fuori dal vortice della ruminazione e gli permette di riconoscere in autonomia i campanelli d’allarme, così da adottare i giusti accorgimenti.

Spesso non ci ricordiamo di quanto la felicità sia dentro di noi. Dobbiamo semplicemente imparare dove e come andarcela a cercare. E riprendercela.

Contattami : Dott.ssa Cinzia Pagani Psicologa Psicoterapeuta

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